Con Claudio Signorile il basso va sotto i riflettori

9 apr 2011

Claudio Signorile

La chiamano sezione ritmica e dovrebbe restare nell’ombra, ad “accompagnare”. In un gruppo pop-rock, ad esempio, a farne parte sono basso e batteria, ingredienti del tappeto sonoro su quale poi le “dive” chitarra elettrica e voce possono lasciarsi andare alle loro evoluzioni. Ogni tanto, però, qualcuno si ribella e si assiste alla fuga di questi strumenti dalle retrovie verso il centro della scena, sotto i riflettori, dove insieme agli applausi strappano anche la responsabilità di dettare la linea melodica.
L’ultimo degli “eversivi” è l’ospite odierno di Barisuona, il bassista barese Claudio Signorile che, dopo anni a suonare nelle band, ha recentemente coronato il sogno di pubblicare un album strumentale (A song 4 each day) dove il basso sostituisce la voce e si proclama “re”. Il risultato è una piccola opera di artigianato sonoro dagli esiti originali, che incuriosisce il pubblico come dimostra il fitto calendario di date live in programma: domani, domenica 10 aprile, all’Arci Carlo Cafiero di Barletta, sabato 16 alla Zona Franka di Bari mentre il 3 maggio al Tavli.
Come inizia la tua carriera artistica?
“Ho cominciato a suonare il basso a 17 anni, dopo due anni di batteria. Fin da piccolo aveva una predilezione per la sezione ritmica! Col tempo ho imparato a tirar fuori dal mio basso anche la melodia. Ho suonato in molte band locali, poi lo studio dello strumento mi ha portato nel 2008 ad accedere come finalista al prestigioso EuroBassDay, concorso per giovani bassisti che si svolge ogni anno a Verona. Un palco importante, calcarlo è stata la mia più grande soddisfazione”.
Come nasce il progetto dell’album?
“E’ nella mia testa da sempre, da quando ho cominciato a suonare il mio sogno è sempre stato quello di realizzare un album da solista. La lavorazione è partita nel 2007: la prima cosa che ho fatto è procurarmi del materiale per registrare e assemblare il mio studio casalingo. Lì ho fatto tutto da solo: ho composto, registrato, mixato, suonato e programmato tutti gli altri strumenti”.
Come definiresti il risultato finale?
“L’etichetta che amo dare al mio lavoro è pop-rock alternativo. Capisco che il risultato possa sembrare distante: il solo fatto di proporre musica strumentale, spinge molti ad associarlo alla sperimentale o alla fusion. In realtà ho pensato alle canzoni in modo essenziale: strofa e ritornello. Il mio gioco sta nel provare a sostituire la voce con il basso: i miei pezzi li ho pensati così”.
Chi sono i tuoi modelli di riferimento?
“I miei bassisti preferiti sono Mark King dei Level 42, Marcus Miller, Michael Manring e Victor Wooten”.
Come mai hai scelto il titolo A song 4 each day?
“Semplice, le canzoni sono sette. Una per ogni giorno della settimana”.
Come le proponi dal vivo?
“Cerco di creare un piccolo evento culturale. Tra un brano e l’altro dialogo con il pubblico, cerco di interagire, spiego come e perchè ho scritto quelle melodie”.
Un vantaggio e uno svantaggio del fare musica a Bari?
“Il vantaggio è l’immediata visibilità che ti regala una città piccola come Bari, dove tra addetti ai lavori ci si conosce con facilità ed è possibile in breve tempo far conoscere a tutti un progetto inedito. Lo svantaggio è una certa arretratezza che spinge a non valorizzare arte e cultura. Se ti chiedono “Che mestiere fai?” e rispondi “Musicista”, di solito ribattono “Si, ma il lavoro vero qual è?”.
Internet: minaccia o risorsa?
“Una risorsa insostituibile. Credo nelle potenzialità della rete e cerco di sfruttarle nel miglior modo possibile. Credo che sia una responsabilità dell’artista documentarsi su come agevolare la diffusione dei brani”.
Parteciperesti mai ad un talent show?
“Onestamente si, ma in quale veste? Non ci sono show per i musicisti ma solo per cantanti. Se inventassero un nuovo programma per noi, di sicuro mi presenterei alle selezioni”.
Sabino Di Chio
Stampa o condividi:
  • Print
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • Twitter

Lascia un commento

Advertisement 250x250 ad code to be displayed on the inner pages